Scandalo letterario turco in Germania
di Peter Patti
Fu plagio o si tratta di una geniale operazione pubblicitaria della casa editrice, la quale può così vendere due libri invece di uno? Noi pensiamo piuttosto alla prima opzione, anche se la seconda non è da escludere.
Nella primavera del 2006 esce Leyla, romanzo di Feridun Zaimoglu incentrato sulle vicende di una donna nata e cresciuta in Turchia e poi emigrata in Germania. I critici si uniscono in un coro di osanna, senza accorgersi delle strane somiglianze con Das Leben ist eine Karawanserei, una delle opere più belle e importanti di Emine Sevgi Özdamar, uscita per i tipi dello stesso editore - Kiepenheuer & Witsch - nel 1992.
Il 41enne turco Zaimoglu si era già dimostrato bravo a raccogliere con il suo registratore portatile le testimonianze di suoi connazionali e a trasporle su carta: lo ha fatto per Kanak Sprak e per Abschaum (titolo in italiano: Schiuma): libri l'uno sulla condizione dei giovani turchi in Germania (e anche sul loro modo di parlare: il "kanakster" è il gergo dei "canachi", degli immigrati in "Kanakistan"), l'altro su un carcerato che gli ha affidato la propria storia e quella dei suoi compagni di strada e di coltello, come lui anatolici.
Un esordio di grande successo; autentica "letteratura sociale". Zaimoglu ne ha scritti altri, di libri, tutti incentrati su argomenti consimili (la vita degli emigrati), e tutti quanti giustamente lodati. Dunque: un bravo autore.
Dice di aver compiuto un'operazione uguale, ovvero una sorta di intervista, anche per Leyla: avrebbe poggiato il registratore sul tavolo tra sé e la propria madre e questa gli avrebbe raccontato le sue peripezie da bambina e poi da ragazza nella città natia, finché non prese la decisione di lasciare la Turchia per cercare fortuna nella mitica "Alamania". Dopodiché, Zaimoglu ha trasformato il racconto materno in prosa letteraria; una prosa ben diversa da quella - radicale - dei suoi primi lavori: meno rivoluzionaria, più del tipo "storia-della-povera-piccola-indifesa-indigena" che tanto va di moda in questo periodo. Leyla, uscito nel marzo 2006, ha fatto gridare al capolavoro, riempiendo i feulleittons delle maggiori testate tedesche.
Senonché, un giorno una critica letteraria che desidera rimanere incognita pubblica a sorpresa un pamphlet in cui elenca i "curiosi parallelismi" del romanzo di Zaimoglu con Das Leben ist eine Karawanserei, hat zwei Türen, aus einer kam ich rein, aus der anderen ging ich raus. ("La vita è un caravanserraglio, ha due porte, da una entrai e dall'altra uscii"), pubblicato quattordici anni prima da Emine Sevgi Özdamar, scrittrice di lingua tedesca e anche lei, come Zaimoglu, di origine turca.
La Özdamar, nata a Malatya nel 1946, è attrice, regista e commediografa. Si trasferì in Germania nel 1965, diciannovenne, spinta dall'amore per Bertolt Brecht; ma dovette fare l'operaia in fabbrica prima di poter partecipare a diverse produzioni della Volksbühne di Berlino Est. Alternò il lavoro teatrale con la frequentazione a Istanbul di una scuola di recitazione (ma aveva calcato le scene già a 12 anni, in un teatro di Bursa). Si impiantò definitivamente in Germania per recitare alla Schauspielhaus di Bochum e passò poi al cinema, interpretando diversi ruoli in pellicole di Doris Dörrie, Fatih Akin e altri registi.
Cominciò a scrivere romanzi, poesie e racconti nel 1982. Il suo realismo intriso di magia, basato sull'abile tessitura di un materiale linguistico assai ricco, le ha fatto guadagnare numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l'Ingeborg-Bachmann-Preis. Considerata tra le massime rappresentanti della cosiddetta "Migrantenliteratur", ha spianato la strada a tanti giovani autori, tra i quali è da annoverare Zaimoglu.
Feridun Zaimoglu è nato a Bolu, in Turchia, nel 1964, ma vive in Germania dal 1965. E' il classico turco-tedesco delle ultime generazioni, con due patrie e nel contempo senza radici. La sua dichiarata ammirazione per Emine Sevgi Özdamar va ben al di là dei comuni rapporti tra un'autrice e un suo fan, tant'è vero che Kanak Sprak, Abschaum e altri suoi libri dal carattere altamente ribelle, di protesta, possono dirsi ispirati non solo ai temi ma anche a certe innovazioni linguistiche della più anziana scrittrice.
L'hype intorno a questo autore è enorme. Leyla in pochi mesi ha venduto oltre 20.000 copie: più del libro della Özdamar in quattordici anni... La critica ufficiale non sembra affatto turbata dalla metamorfosi attraversata da Zaimoglu; dopo il successo delle prime prove letterarie, bissato da quello di alcune adattazioni filmiche, i suoi toni sono andati via via smorzandosi, e ora non scrive più di "noi Kanak" e "loro tedeschi", ma di "noi tedeschi" e "loro stranieri", capovolgendo insomma i termini del discorso. Mentre all'inizio criticava soprattutto la patria d'adozione, è passato a fare il ritratto spietato di quella "feccia turca" di cui i tedeschi hanno paura, il volto cattivo dell'immigrazione.
Lo abbiamo già detto: Emine Sevgi Özdamar era il suo idolo. Ma, da quando è scoppiato il pasticciaccio che lo vuole plagiatore, lui va giurando di non aver mai letto un solo romanzo della collega (!). Inizialmente, a proposito di Leyla, raccontava di aver contattato oltre cinquanta donne per mettere insieme il materiale per il libro, ma in seguito dichiarò di aver "intervistato" solo la propria madre. Promette ai giornalisti di far sentire i nastri con i racconti della genitrice (ovviamente con l'aiuto di un interprete), ma ci impiega settimane a tirarli fuori; infine ne mostrerà solo sei, decisamente pochini per un libro che consta di ben 500 pagine.
"Telefonate pure a mia madre!" dice impettito a chi va a trovarlo chiedendogli ragguagli sull'accusa di plagio, "domandate a lei se non è vero!" La donna intanto è tornata a vivere con il marito in Turchia. Al telefono piange, si dispera. Afferma: "Questa è la mia storia! Me l'hanno rubata!" Strano: la Özdamar ha pubblicato il suo romanzo oltre un decennio fa...
Zaimoglu si mostra apertamente sorpreso nel leggere delle somiglianze tra i due libri, illustrate in decine e decine di articoli. "E' davvero un caso di criminalistica letteraria" cerca di scherzare. "Non capisco..."
Entrambi raccontano di una ragazza che nasce e cresce a Malatya (Turchia Orientale) negli Anni Cinquanta. Ambedue le protagoniste attraversano le medesime esperienze (violenza familiare, le prime mestruazioni che diventano una ragione per vergognarsi...) e sceglieranno per ultimo di emigrare. Ambientazione topografica e temporale, nonché struttura, potrebbero anche essere una coincidenza. Ma, purtroppo per Zaimoglu, i parallelismi non risiedono solo nella storia. Ciò che maggiormente stupisce sono quelli linguistici (l'anonima esperta di Germanistica ne ha scovati 160), e spesso addirittura l'uso delle stesse identiche parole. In Leyla, espressioni e metafore sono state appena appena mutate. La protagonista di Zaimoglu ama l'attrice "Kessrin Hepörn" (Katherine Hepburn), mentre la giovane del romanzo di Emine Sevgi Özdamar stravede per "Humprey Pockart". Per la Özdamar, l'Eufrate è un "fiume matto", un "serpente d'argento"; nel libro di Zaimoglu le acque dell'Eufrate "sono matte", il fiume "riluce d'argento" e scorre in "serpentine". Entrambe le ragazze hanno un fratello morto, che loro paragonano a un ragno (una metafora tipicamente turca; ma in Turchia vi sono centinaia di metafore che indicano i defunti, dunque perché proprio questa in tutt'e due i libri?). A scuola Leyla viene sedotta dall'insegnante di francese (la scena è raccontata da un suo fratello con grande ricchezza di particolari; ma come poteva sapere lui così bene quanto è accaduto? E' una delle tante incongruenze del romanzo incolpato; ma soprassediamo), e un episodio praticamente uguale - però narrato in prima persona - si riscontra in "La vita è un caravanserraglio". Dopo l'atto sessuale, le due ragazze si infilano in bocca una gomma da masticare... e così via.
Il quesito che ci si pone è: si può essere tanto stupidi? Possibile che un autore di successo come Feridun Zaimoglu abbia bisogno di copiare? E' vero: di questi tempi in Germania va forte il filone della "piccola indigena infelice", ma perché Zaimoglu non si è limitato a scrivere ciò che sa e che può, invece di cercare di reinventarsi alla svelta come profondo conoscitore del mondo femminile?
Tuttavia, la cosa più sconcertante della vicenda è un'altra: la maniera in cui i critici affermati hanno cercato di negare le evidenze, declassandole a "vaghi indizi", invece di ammettere di aver preso un grosso abbaglio. In tal senso, si può dire che Feridun Zaimoglu sia nato con la camicia. Anche perché la Özdamar, dopo la comprensibile indignazione iniziale nei confronti del connazionale, ha deciso di chiudersi in un decente silenzio, spiegando di non aver "mai mosso accuse di plagio" (Frankfurter Rundschau del 10 giugno 2006).
Meno male per lei! Eh, sì, perché Zaimoglu aveva già minacciato di intraprendere provvedimenti legali contro la collega e contro chi altri faceva "certe allusioni". Ad un certo punto è stato persino lui ad alludere a un possibile plagio di lei: "Ho scoperto che una mia zia, sorella di mia madre, è stata nello stesso dormitorio femminile in cui per un certo periodo dimorò anche Emine Sevgi Özdamar. Si sa: a sera le donne si raccontavano episodi della propria vita, e forse la signora Özdamar si prese degli appunti dai quali è poi nato quel suo romanzo..."
Quindi, en passant, ha annunciato allegramente che il secondo volume della saga sulla "sua" eroina uscirà probabilmente già entro quest'anno.
Peter Patti. Ott. 2006