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Recensioni


Piergiorgio Leaci: Tra le calde colline
Prospettiva editrice


Articolo di franc'O'brain


"Ho riscoperto il sano orrore per la vita, per la gente, per il sistema. Mi sento soffocare. Una terribile angoscia stemperata in acre umore di vagina. Sento che sono pazzo. Sopravvivo appeso ai ricordi come una vecchia scimmia da un ramo, con lo stomaco digiuno che brucia e si contorce, la testa vuota e un cuore che batte. Non so se ne sia valsa la pena. Non immagino la mia vita in un modo diverso. Preferisco bruciare piano su una brace ardente, che adeguarmi alle vostre regole."

Si tratta di una citazione da Henry Miller? No: da Piergiorgio Leaci.
Io e Leaci siamo accomunati da un paio di peculiarità: entrambi amiamo H. Miller e J. Kerouac ed entrambi viviamo, o abbiamo vissuto, fuor d'Italia. Ma la similitudine finisce qui. Lui (ammesso che l'io narrante del romanzo sia lo stesso Autore; ma nessuno nutre dubbi su ciò) fa mostra di una spiccata misoginia, mentre io misogino non lo sono per nulla.

Il testo in questione è interessante? Incontenstabilmente lo è; soprattutto per chi è curioso di sapere come vivono i giovani italiani che, trascinati dalle correnti della vita, sono approdati all'estero. L'estero, nel caso specifico, è una Danimarca assai spettrale da cui persino Amleto sembra essere fuggito. Un unico vomitorio... Poi l'azione si sposta nella Repubblica Ceca: peggio che andar di notte... Intanto, la scassata cassetta dei Pink Floyd continua a girare.

La narrazione scorre? Scorre. Incancrenita di oscenità - l'oscenità qui si pone come medium per una provocazione ormai decisamente stantia; in fondo siamo nel XXI secolo e pretendiamo qualcosa di più "alto"! -, ma scorre. Leaci lo sa: la letteratura moderna "è" provocazione, e non certo da oggi. Remembering Céline... Scene selvagge, accadimenti rivoltevoli, una mistura di sangue, fango e sostanze fecali stanno ottimamente in ogni romanzo che si rispetti. Ma la mistura deve essere saggiamente dosata. Anche l'eros vuole essere "pensante" e non scadere in una pur colorita pornografia. Per tornare a balzo al mio/nostro Henry Miller: tra una descrizione e l'altra di vagine, bubboni, verruche e splendori consimili, il Grande Henry sapeva bene introdurre un inno elegiaco ai Maestri del passato: Dante... Pico della Mirandola... Calderón de la Barca... E con quale sincero trasporto! Il trasporto tipico dell'autodidatta.

Leaci si fa cronista della deboscia quotidiana (propria et altrui) senza altro scopo apparente che quello di voler fissare sulla carta la miseria di un'esistenza spesa ai margini della società dei consumi. Lungi dal volersi misurare con gli scrittori che hanno avuto influenza su di lui, Leaci cristallizza l'appicicaticcia e pelosa furia di un giovane outsider non tanto per ricordarsene un giorno, quando anche lui avrà forse raggiunto la pace beota dei borghesi, tanto più per sbattere il suo nervoso nichilismo in faccia a noi. Probabilmente affinché noi non dimentichiamo ciò che siamo stati (tutti quanti, sì!) e in fondo ancora siamo.

Perché l'estero? Beh, per uno scrittore è necessario vivere "e" sentirsi vivo; uno scrittore ha bisogno di spazi, di un campo d'azione appropriato. Ha bisogno di sfogare la sua irrequietezza. E quale altra opportunità gli si offre oltre l'espatrio? Con una formula un tantino misticheggiante direi che, per riuscire a essere uno scrittore vero, è necessario vivere il martirio del vagabondaggio e delle sofferenze, per poi riportare ogni cosa sul papiro - o sull'harddisk. E, a parte tutto, un'ambientazione diversa dal consueto è di grande vantaggio, perché "attrae".

Questo romanzo (in realtà, una raccolta di scritti diaristici) diverte: in quanto vuol stupire e stupisce. A conti fatti, però, è un racconto triste, anzi tristissimo. Stranamente - ma forse è un effetto voluto -, neanche per un momento ci si sente solidali con il personaggio centrale: poiché è un eroe negativo, un loser. Costui è entrato in una spirale di vizi ed obbrobri da cui è assolutamente incapace di tirarsi fuori. Gli individui con i quali solidarizza sono autolesionisti come lui. Il suo atteggiamento nei confronti non soltanto dei Paesi che lo ospitano, ma del mondo intero, è apertamente ostile. È un perdente, e i perdenti sanno sempre come andrà a finire, anche se sperano che per loro sia il contrario. Certo, la vita è dura, tocca mantenersi a galla... Ma proprio questo è il cuore del problema: esistere, respirare, mangiare, dormire. E copulare, ovvio. Tuttavia, quando il vivere si riduce a una sequela di gesti e suoni animaleschi... e quando il racconto - stavo quasi per dire: "la logorrea" - si trasforma in mucopoiesi...

Leaci non usa mezzi termini: l'uomo (nel romanzo = Lui Stesso) è un verme senza speranza di redenzione. Non si limita a respirare, mangiare e defecare, bensì beve, fuma, si agita, coita, offende. E di Amleto ancora nessuna traccia. È dunque questo il risultato terminale di secoli e secoli di scintille "divine", di slancio verso l'Assoluto? Che ne è delle cose buone che l'umanità ha prodotto nel corso dei millenni? Possibile che arte, poesia, filosofia, non abbiano nessun influsso sull'esistenza dell'individuo odierno? No, non sto cercando di fare il solito discorso sulla "morte della morale" o, peggio, sulla "decadenza dei valori". Quello che voglio dire è: come si può stare rannicchiati nel fondo della botte e scrutare astiosi le stelle lontane quando ciascuno di noi porta scritto nei geni la volontà di molti nostri avi di superare la condizione di semplici primati?

Di testi osceni il panorama letterario nostrano ormai pullula. Ma quanto incide, sul sangue e sui nervi del talento scribatorio, il voler "essere fuori" a tutti i costi? "Essere fuori" è sinonimo di alternativa? E se poi l'alternativa diviene... normalità?

È un suggerimento che do a Leaci e ad altri che viaggiano sui suoi stessi binari: non trascurate la lezione dei "Classici". Non si può emulare Bukowski all'infinito... Mi piacerebbe, in un libro del genere, una sorta di pavimento doppio in cui andassero a incastrarsi scaglie di cultura (o, se si preferisce, Kultura). Certo, uno può raccontare del proprio deragliamento - e di quello del pianeta - usando il linguaggio che è proprio dei dérangé, ma il risultato sarebbe tanto più efficace se si esponesse il processo di perdizione con la dolcezza dei perdenti, con la calma maturata dal distacco temporale, e ciò dopo aver riletto il proprio racconto con freddezza analitica.
L'immediatezza non ripaga quasi mai.

Invidio chi scrive molto e alla svelta. Ma, se non si è dei semplici grafomani e se si covano serie ambizioni letterarie, bisogna sottoporre il testo alla gogna della rilettura: per plasmarlo, per ovviare agli errori. La scrittura, così come le arti marziali dell'Oriente, pretende grande concentrazione e rigida disciplina. Lo sapeva anche Kerouac. Purtroppo, nel testo in questione saltano all'occhio alcuni "incidenti" ortografici. Solo qualche esempio.

Nell'Introduzione leggiamo:
"Vivevo in una casa con altre tredici persone e non li vedevo mai" (giusto sarebbe: "non le vedevo mai").
Nel primo capitolo:
"...camminavamo senza metà" (anziché "senza meta").
E i versi finali recano il titolo "Un canto per le giovano puttane" (invece di "giovani puttane").

La domanda è: Prospettiva Editrice ce l'avrà qualcuno che redige i testi? E se sì, dov'era costui? Dormiva?

Comunque, a parte i vari slips of the pen e altro ancora su cui non sto a soffermarmi: Tra le calde colline è un libro che si legge agevolmente. E, soprattutto: non annoia mai. Alla fin fine, è proprio questo che conta.