Umberto Segato I luoghi e il tempo
Newton Compton, 1988
Considerazioni di Peter Patti sul capitolo in cui lo studente universitario protagonista del romanzo compie in autobus il tragitto che lo riporta a casa.
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"Forse un mattino andando in un'aria di vetro, / arida, vedrò compirsi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco."
(Versi del primo Montale, 1923)
Ho notato che, al contrario dei loro colleghi meridionali, i narratori settentrionali generalmente sono poco propensi alla costruzione...anzi, alla "passione" oggettiva: sono diaristi tendenzialmente o di fatto, narratori in prima persona o della prima persona. La scelta di un alter ego e il passaggio all'"egli" romanzesco, come in questo caso, è quasi sempre soltanto un meccanismo di difesa, una sorta di mimikry dettata, più che da esigenze stilistiche, dalla necessità di prendere una certa distanza da se stessi. Ma ognuno di noi può cambiare unicamente il nome, non la pelle. Quell'ombra che ci cammina a fianco...siamo noi stessi. Pirandello (un...meridionale!) direbbe: ci vediamo vivere come in uno specchio.
Non è difficile riconoscere, nello studente di Segato, l'autore medesimo. L'esperienza esistenziale del ragazzo è troppo viva, troppo dolorosamente sentita per essere la ricostruzione a tavolino di un moderno Werther (quello dei Dolori di Goethe). "Moderno", ho scritto. Ma moderno quanto? Percorrendo insieme all'autore il paesaggio della sua regione, ci pare, in verità, di passare in rassegna uno degli scorci archeologici appassionatamente descritti da Elie Faurie in uno dei suoi numerosi (e oggi purtroppo quasi dimenticati) essays. La provincia veneta si apre ai nostri occhi a guisa di un giardino inglese in cui sono disseminate delle rovine esornative. Ma questo arcaismo non è artificiale, non è una concessione di Segato ai fini (di un esistenzialismo forse di comodo, come vedremo più in là) dello studente-pellegrino. E' quel tipo di arcaismo tuttora riscontrabile sotto la facciata modernistica di ogni continente e di ogni cultura; allo stesso modo in cui il malessere del ragazzo non è unico e originale, bensì comune a tanti individui di questa nostra (inestinguibile, sembra) èra faustiana. Il linguaggio, quello sì, è assolutamente moderno, nella scioltezza e nell'assunzione e "fissazione" dell'inquietitudine.
Nell'affresco paesaggistico si riscontra una volontà armonica che non verrà mai soddisfatta, in quanto la tensione culturale la fa da padrona. Si tratta di un testo per certi versi post-moderno, perché se la modernità "è il pensiero forte che unifica sistematicamente il tutto" (uso qui le parole del Magris), noi siamo già al "dopo". Siamo allo splitter, alla disgregazione irreversibile.
Il protagonista, per disposizione naturelle "e" per formazione, ha innalzato una parete di vetro tra sé e i suoi corregionali, i quali in un primo momento danno l'impressione di essere rimasti intoccati dalla rapida trasformazione del rapporto uomo-natura agito dall'industrializzazione e dall'urbanizzazione, ma che, via via, si rivelano "corrotti" e confusi da questa rapida avanzata del progresso. Ecco il motivo per cui il desiderio (dello studente, e dunque di Segato) di rileggere i propri paraggi in chiave unitaria e armonica fallisce. Riesce, semmai, la volontà enunciativa, che coscientemente ("filosoficamente") è atta a esaltare il clima di ennui e pessimismo naturalistico, insomma lo "spirito di negazione della vita", come lo chiamava Bourget (vedi più sotto). E ciò al di là dell'esigenza, primaria in Segato, di persuasione razionale, dello sforzo di (ri)cominciare un discorso con la terra che lui ama e che, quasi per un obbligo autoimposto (tipico, anche questo, di molti scrittori della sua generazione: quasi un pegno da pagare per essersi innalzati, o allontanati, attraverso la cultura libresca), egli si ostina a considerare la "sua" terra. Lo studente non è l'Apatico, o, meglio (Moravia ci scuserebbe) l'Indifferente: lui osserva non tanto per osservare, per malata inerzia; ma, proprio, per cercare il discorso. Però, a rispondergli sono soltanto le maschere che ridono e gli smacchi della storia.
"E dopo i bizantini veniste voi..."
Già il secondo Ottocento aveva posto gli artisti e i pensatori di fronte a realtà ideologico-intellettuali e di ambiente destinate a scuotere, più o meno consciamente, la disposizione a un tranquillo, immobile umanismo. Ma Segato non pare qui intendere rifarsi alle proposte strutturali-linguistiche della scuola naturalista e di quella verista; egli, che lo voglia o no, tende piuttosto a rinfrescare, magari con il ricordo agli esistenzialisti francesi, quel filone letterario nostrano che imperversò a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, le cui linee salienti congiungono in certo qual modo i versi negativi dell'Armando pratiano agli Scapigliati, al Fogazzaro, specie il primo, quello che culmina in Malombra.
La prosa di Segato, così come per gli "inquieti" e/o "scontenti" di cui sopra, parte da un fondo di determinismo pessimistico alla Schopenhauer.
Già: di esistenzialismo si tratta e, se vogliamo continuare con i paragoni all'ingrosso, è un esistenzialismo che si differenzia da quello della Nausea sartriana non solo tramite certi motivi e temi (di nuovo) "filosofici" già riscontrabili -ad esempio- nel Graf romanziere, in parte nell'opera di Svevo, nel Michaelstaedter di molte lettere, oltre che nella letteratura mitteleuropea (penso in primo luogo a Peter Bichsel, e al Rudnicki de I Topi), ma anche tramite il "poetico" connaturato alla narrazione. La materia lessicale è ricca, ma non prorompe: viene impiegata in maniera saggia e disciplinata, anche se con giusta generosità. Il racconto è vivacizzato da sapienti metafore che vogliono fondamentalmente essere asserative, e che, checché ne pensi lo stesso autore (il quale, come so, ammonisce di continuo a non innamorarsi eccessivamente delle parole), hanno anche un non trascurabile valore estetico. (Si veda lo splendido "...ali simmetriche di case bucherellate da centinaia di finestre che le facevano assomigliare alle impalcature calcaree degli autozoi corallini.")
Proprio questa abilità idiomatica, insieme al lirismo descrittivo, sottolinea la diversità tra il protagonista e il mondo circostante. Il vocabolario dell'autore è il vocabolario dello studente medesimo, il quale crede di essere solo al mondo con la sua visione sofferente delle cose (ma quale intellettuale, quale aristocratico dello spirito non lo credeva e non lo crede tuttora!), però è, in realtà, portavoce di certa sensibilità "di casta" (che lo vogliano o no, gli intellettuali appartengono a uno stesso club), sensibilità che oscilla tra rivolta contro il borghesismo dilagante e incapacità di un assunto operativo che non sia a sua volta di stampo piccolo-borghese. Il mondo stride, è ricco di lazzi e ludi, e l'intellettuale -il poeta, lo scrittore- soffre di una solitudine di cui però nel contempo (non nascondiamocelo!) va fiero. Ci si celebra nel dolore, in un dolore colto -sicuro-, reso credibile, accettabile, dalla conoscenza dei filosofi "negativi". Un atteggiamento, questo, tutt'altro che nuovo: gli stessi colori erano già presenti nella tradizione europeo-cosmopolita dell'ormai classica letteratura dell'Italia del Nord, tradizione che durò almeno fino alle soglie degli anni Venti. Il malessere o "inquietudine spirituale" (non soltanto una crisi della coscienza storica, ma, come abbiamo visto, una condizione tipica, e forse necessaria, di tanti scrittori), era vissuta allora con l'attenzione resa aguzza dalla lettura della trattatistica psicologica di un Waitz (vedi Le Memorie) o di psicologi-scrittori come Amiel o Bourget (l'indagine di nevrosi e solitudini di scrittori contemporanei in Essais de psycologie contemporaine). Segato consente un'ulteriore estensione a quella nostra rete settentrionale di prove romanzesche, "gotica" ed europea, e proprio le cordinate nordiche di cui sopra spiegano come il suo linguaggio si intoni volentieri a suoni e iperboli da poeta. Noi ci sentiamo come il suo studente, siamo "con" lui perché la solitudine è, infine, il nostro status permanente, è la nostra musa fedele, e, come si può già prevedere, essa ci sarà compagna anche nella morte. Abbiamo fatto dell'estetismo la nostra unica arma, e alcuni di noi questo estetismo continuano a scambiarlo addirittura per contrassegno sicuro di nobili sentimenti. (Mentre è... già, che cos'è, in realtà? E' il rivestimento dotto di un malessere a cui forse nemmeno il contadino e il salumiere sono immuni, ormai.)
Dunque, il dolore del giovane protagonista è una mis en scene di stampo cultural-aristocratico, e a tratti (durante la lettura) cerca di farsi strada l'illusione che non ci troviamo di fronte a una recita dell'individuale e dell'empirico, bensì dell'Assoluto.
Pasolini, che era friulano, non avrebbe voluto nobilizzare il dialetto (nemmeno quello romano, in seguito "adottato" e magistralmente impiegato nei Ragazzi di vita), ma adoperarlo, salvarlo così com'era, coi suoi vezzi sintattici e le sue espressioni volgari (ma alla fine, come si sa, Pasolini "profetizzò" la sconfitta dei dialetti italici ad opera della lingua nazionale). In Segato (il quale, è d'uopo qui rivelare, vive oggi anche lui a Roma), il rapporto con la lingua parlata dai suoi corregionali appare invece ambivalente: un incontro-scontro. "L'antica maledizione epidica" contenuta nelle bestemmie dei due contadini in bicicletta sbalzati fuor di strada dall'autista cialtrone non ha i connotati di un umorismo sotterraneo, ma sottintende un quantum di riprovazione per certa volgare verbosità. Può darsi, naturalmente, che mi sbaglio. Forse l'irritazione risiede altrove. Vediamo. Nel capitolo in questione, tutti ridono, hanno qualcosa da fare o da dire (inezie, sicuro; ma la vita non è fatta di inezie?); tutti, tranne il protagonista. Insieme al protagonista, tengono la bocca chiusa unicamente le coppiette "silenziose in freschi approcci"; ma è un silenzio, quest'ultimo, che stordisce più di ogni rumore: poiché dalla felicità degli innamorati scaturiscono, immancabilmente, l'invidia e il rancore di chi è solo. E, ciò è certo, dagli scherzi gratuiti e dalla risata per cose da nulla degli altri (come nella scena in apertura, con i ragazzi all'uscita del liceo), nasce l'incomprensione, insieme all'acuita consapevolezza della propria "diversità". Tanta angoscia e tanto spleen contengono comunque una traccia di triste ironia; si consideri il colloquio tra i vecchi coniugi che dibattono nel tentativo di individuare la marca di un'autovettura, scenetta che sembra essere stata testualmente trascritta dal vero (troppo banale il colloquio, infatti, per non essere fondato).
L'immagine dell'autobus che sfiora la facciata "delabrata" di un'antica villa mi è tra le più care: forse perché pare riaffiorare dal mio stesso passato di studente. Un tempo, fummo tutti quanti fanciulli strappati alla dolceamara prigionia della famiglia e fiondati nel mondo, a bordo di treni e di autobus... Si ripete in questo brano di Segato, sia pure in senso lato, la vicenda angosciosamente simbolica dell'ebreo errante. Forte è il senso di angoscia insita nel viaggio dell'ebreo... in ogni viaggio, direi... angoscia che è ovviamente in parte disinnescata, esorcizzata, quando si tratta di tradurla nell'io (o nellegli) autobiografico. Si indovina la nevrosi dell'uomo adulto, dell'intellettuale maturo alla ricerca del tempo svanito nel nulla. Anche qui, il calco è in definitiva sul labirinto e sul tema del tempo e del lavoro perduti, strettamente connesso a quello della storia (anzi: la Storia) come rovina nietzschamente circolare (Graf: "Passa il tutto e non muta; e son le storie Un'immensa ruina"). Tutti quanti noi su autobus o treni in viaggi interminabili e pieni di malinconia mentre, appena alcuni posti o scompartimenti più in là, i nostri coetanei ridono di tutto e di nulla (forse di noi?). Tutti noi ebrei erranti...
Espandendo la nostra disamina al romanzo intero, scopriamo che il disagio personale (e storico) del personaggio centrale della vicenda non troverà mai riscatto. Al pari di tanti intellettuali contemporanei, Segato ha imboccato la strada della conoscenza solitaria, ed è ormai deciso (o si trova costretto) a percorrerla fino in fondo. "Per chi ha prestato orecchio una prima volta al campanello della notte" scrisse Kafka, "non c'è più salvezza." Ci si permea della negazione scaturita dal conflittuale presentimento/certezza di non poter "riuscire" nella vita e si finisce così per rifugiarsi nell'assenza, che non è vuoto fisico ma un deserto popolato di fantasmi. E in questo deserto ci tocca scavarci con le unghie una nicchia dentro cui poter strisciare e sparire.
Peter Patti
Wasserburg am Inn, 1999