I fascinosi Khuza

 

Rapporto di Peter Patti sulla misteriosa scoperta di un popolo finora sconosciuto

 

 

 

Antefatto

Correva l’anno 1995 quando il tedesco Klaus Heid, appena tornato da un viaggio nella Repubblica Buriatia (ex Unione Sovietica), organizzò una mostra di reperti archeologici risalenti al Neolitico. Gli scavi che aveva effettuati nella zona del Lago Bajkal sembravano annunciare l’esistenza dell’antico popolo dei Khuza, di cui fino ad allora persino gli antropologi più esperti non avevano mai sentito parlare.

Il fatto che nemmeno nelle pubblicazioni dell’Accademia delle Scienze di Buriatia si rinvenissero tracce di questi antenati mongolo-siberiani, lascia capire quale grado di sensazionalità suscitò la scoperta.

 

Chi erano i Khuza?

Vivevano sulle suggestive "sabbie che cantano" di Olkhon, l‘isola del Bajkal. La loro visione del mondo era singolare quanto affascinante: immaginavano che la terra fosse un anello - o un insieme di anelli -, e dunque un corpo a forma di disco con un grosso buco al centro. Questa concezione filosofica, che era a fondamento della loro religione, caratterizzava ogni aspetto della loro esistenza. Si può facilmente dedurre che, soffrendo dell’angoscia permanente della "perdita del centro", per i Khuza la vita era un’esperienza traumatica.

Tra gli oggetti ritrovati da Klaus Heid vi sono alcune statuette chiamate "figure di lagnanza". A causa della loro malinconia radicata, i Khuza si servivano di tutta una varietà di simboli su cui scaricare il loro malumore; si può anzi affermare che coltivassero il culto delle lamentele.

Come tutti i popoli antichi, anche loro avevano i loro bravi riti propiziatori. L‘oracolo di cui si servivano era... un pesce, cosa certo più unica che rara nella pur varia storia del mondo. Dopo aver scavato una cavità in una pietra quadrangolare, la riempivano d’acqua e vi lasciavano nuotare il pesce. Osservavano per un certo periodo le sue traiettorie e poi, usando un bastoncino carbonizzato, le ridisegnavano su una corteccia di betulla. Infine il malato doveva mangiare questa "pergamena", che si riteneva fosse dotata di proprietà terapeutiche.

Ci siamo imbattutti in un cenno ai Khuza contenuto in un libro datato 1948. Verlust der Mitte ("La perdita del centro"), del critico culturale Hans Sedlmayer, cerca, attraverso l’analisi delle arti figurative del XIX e XX secolo, di meglio comprendere la società moderna. "Lasciare il centro significa lasciare l’umanità": questa citazione di Pascal sintetizza il saggio di Sedlmayer. Lo studioso deve essere arrivato ai Khuza "per sentito dire", attraverso qualche oscura saga o leggenda ormai scomparsa.

Lo stesso Heid è giunto alla sua scoperta facendo uso di un metodo alquanto suggestivo per un archeologo: dentro il carrozzino della motocicletta della sua guida Kolja, ha aggirato per circa un’ora un luogo sacro dell’isola, "finché non caddi in una sorta di trance, come gli sciamani; e a un certo punto capii dove scavare".

A proposito di girare in tondo: un rituale dei Khuza prevedeva che le donne in età matrimoniale corressero su linee "che puntavano verso il centro del mondo", incrociando le traiettorie anellari sulle quali correvano a loro volta gli uomini. Molto probabilmente, i pretendenti che "si incontravano" erano destinati a convolare a nozze.

I Khuza, dice Heid, hanno contribuito non poco all’affermarzione dell’anello come oggetto di uso comune e di culto. Nella mostra a loro dedicata (chiamata "Le sette colline"), si può ammirare un‘"immagine simbolica degli anelli del mondo", dove si individua facilmente una strada che attraversa l‘intero disco terrestre: una chiara anticipazione della Via della Seta.

Le strade medesime sono, secondo Klaus Heid, un’invenzione dei Khuza. "E non solo: a loro si deve un‘altra invenzione molto importante per la nostra civiltà, ovvero il pallottoliere. Usavano inoltre la bussola e gli atlanti di navigazione..."

Nel Neolitico?

No, afferma Heid. Questo avvenne più tardi, ovvero nel XII secolo.

Comunque sia, viene da domandarsi se l’archeologo tedesco non sopravvaluti il ruolo che ebbero i Khuza nella storia mondiale...

 

Reazioni

La sua scoperta e i suoi metodi di ricerca sono stati criticati da quasi tutto il mondo dell’archeologia ufficiale; molte sue conclusioni vengono bollate come "eretiche" e "sciocche". Fatto sta che Heid, ad avallare le proprie teorie, ha già compilato un Khuza Lexikon (http://tuareg.de/khuza/a.html). Pochi ma significativi - e ben spiegati - i termini ivi contenuti. La lettera ‘A‘ comprende ad esempio "Abakus" (pallottoliere), "Absinth" (assenzio) e "Angara" (un fiume che si diparte dal Bajkal), con relativi collegamenti al popolo in questione.

Per gli esperti, Heid è un "esoterico", né più né meno che Erich von Däniken (il fratello in spirito di Peter Kolosimo). Le sue affermazioni avrebbero sì un fondamento mitologico, "per quanto vago", ma in generale si tratterebbe delle fantasie di un borderline.

Il suo nome non compare nemmeno sull’albo degli archeologi...

Chi è dunque costui?

Secondo il proprio racconto, dopo le superiori ha studiato arte "autodidatticamente", per in seguito conseguire uno stipendio da un istituto svizzero del quale nessuno ha mai sentito parlare.

Ricordiamoci bene: anche Enrico Schliemann, l’archeologo dilettante che scoprì Troja, fu dapprima irriso e tacciato di pazzia conclamata. Ci troviamo forse di fronte a un ennesimo caso di cecità da parte delle istituzioni accademiche?

Hans-Joachim R. Papproth, grande esperto di tutto quel che riguarda la Siberia, nega decisamente l’esistenza del popolo dei Khuza. Ma... e i reperti esposti alla mostra? "Sono i manufatti di qualcuno che vuole raggirare il mondo", afferma Papproth.

 

La verità

Klaus Heid è un artista di Stoccarda che da anni, attraverso l’invenzione di popoli e miti antichi, sembrerebbe voler fondare un nuovo culto religioso. La sua mostra berlinese "Sieben Hügel" ("Le sette colline") presentava alcuni oggetti autentici risalenti al Neolitico da lui trovati (o più presumibilmente comprati) sull’isola di Olkham, ma, insieme ad essi, molti altri creati di propria mano. La mostra era accompagnata da tanto di opuscoletto e da un videodocumentario sulla "spedizione".

L’imbroglio tramato da Heid ha fatto tanto discutere perché, prima che si rivelasse come tale, ha attratto l’interesse generale, ricco com’è di invenzioni di indubbio fascino. Un esempio ne è la Genesi in versione Khuza:

In principio c’erano tre soli. Il loro calore faceva bollire le acque e dovunque il caldo era insopportabile. I primi tre esseri umani su questo mondo formato da anelli furono Djulcha, Manilshi e il loro uomo Khuto. Loro dissero a tre cigni di immergersi per cercare sabbia e pietra. Dopo sette giorni, i cigni tornarono in superficie recando con sé dodici vaste isole. Tuttavia, gli esseri umani vivevano infelici, tristi, scontenti, e così intonarono la "Grande Lagnanza Al Mondo".

Secondo la credenza dei Khuza, la fine del mondo giungerà quando un fitto fumo si solleverà dal centro degli anelli; tutti gli esseri viventi allora soffocheranno...

***

Noi personalmente non ce la sentiamo di condannare Klaus Heid. La sua "mistificazione" è in realtà un’azione d’arte, poetica più che provocatoria. Inoltre, chi può dire con assoluta certezza che i Khuza non siano esistiti realmente?

Spesso le minoranze etniche, quelle sopravvissute al pari di quelle estinte, vengono fatte oggetto di tanti torti nel tentativo di romanticizzarle o di demonizzarle. A un’EXPO di qualche anno fa vidi esposte, nel padiglione dell’Equador, repliche di vasi risalenti al 3000 a.C.; sopra vi erano incise complicate formule matematiche che, nell’immaginario degli espositori, servivano agli Inkas per calcolare le posizioni del sole e della luna. E quante volte gli Indiani d’America non vengono rappresentati come selvaggi della prateria dediti prevalentemente a togliere lo scalpo ai bianchi?

Di sicuro Heid si imbatté nei fantomatici Khuza per mero caso, leggendo il libro di Sedlmayer, e decise immediatamente di "crederci". Nella sua bonaria pazzia ha certamente reso un servizio a tutti i "selvaggi" che mai hanno calpestato il suolo terrestre, riassumendone le virtù (fantasia, ingegno e creatività) sotto l’egida dell’inesistente quanto simpatico popolo del Bajkal.

 

peterpatti.geo@geocities.com