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Henry Miller
[1891-1980]

La vita ha sempre l'ultima parola

di Peter Patti

 

Intro

"Il mondo deve essere capovolto, frugato, reso attonito,
perché il miracolo sia proclamato."


Da Max e i fagociti bianchi


I libri appannano gli occhi. Quelli di Henry Val Miller servono a pulire le lenti.

Il mio primo approccio con questo scrittore arrivò con Plexus, un moderno "ritratto di giovane artista" che scoprii a sedici o diciassette anni nella biblioteca paterna. Plexus: un'indimenticabile lezione di vita e una vera e propria guida di sopravvivenza nella realtà in cui siamo stati "gettati". E Plexus è ancora e sempre la mia Bibbia.

Il newyorkese (brooklyniano, per essere precisi) è da reputarsi tra i più grandi romanzieri del secolo scorso... e forse di tutti i tempi. Nessun altro ha saputo rappresentare altrettanto bene la lotta per la sopravvivenza del singolo individuo in questo universo "cosmococcico" (in originale: "cosmodemoniac"; così Miller chiamava la società dei consumi). Inoltre, tra una descrizione di bubboni, verruche e oscenità varie, sapeva bene introdurre un inno elegiaco ai Grandi del passato: Dante... Pico della Mirandola... Calderon de la Barca... [1] E con quale sincero trasporto! (Il trasporto tipico dell'autodidatta.)

Già da ragazzo Miller era un lettore onnivoro e fin da subito si schierò con i "pazzi", con gli irregolari: Rabelais, Dostoiewski, Giono - tutti spiriti tormentati. Ma poco amava altri spiriti tormentati, come Joyce e Proust. A questi, così come a Pound e a Eliot, rimproverava "l'insopportabile e ossessionata lucidità mentale". Notava che c'era un "odore di morte", da obitorio, nel loro attaccamento alla forma e agli stilemi tradizionali. Secondo Miller, la scrittura deve spillare dal subconscio, non dalla ragione. [2]

Di famiglia piccolo-borghese originaria della Germania, Henry rifiutò fin da subito questo mondo di insetti, che è "come un cancro che si autodivora". Eppure esalta la vita, e trova nell'arte la liberazione di tutte le forze accumulate, di tutti i Niagara imbrigliati (cfr. Il tempo degli assassini). Il mondo è alla deriva, e Miller ride: il riso stesso della libertà.
"Il mondo è fottuto: non ne resta neppure un peto di coniglio." (Tropico del Cancro)

Molto prima di Camus, lui si è reso conto dell'assurdità di un mondo senz'anima. Disprezza le costrizioni di ogni tipo. ("Non posso proprio sopportare di vedere i bambini andare a scuola, a qualsiasi scuola, fosse anche la migliore.") Odia la guerra. È un risoluto obiettore di coscienza. "Se si presenta l'occasione, piuttosto che ammazzare accetto di essere ammazzato." (Souvenir, Souvenirs)
L'esuberanza di vita si rispecchia nell'esuberanza della prosa. Si autodefinisce "La Roccia Felice". È alla ricerca della verità, e per farlo "va diritto all'osso", come osservò Lawrence Durrell.
"La gioia rassomiglia a un fiume: nulla ferma il suo corso. A me pare sia questo il messaggio che il clown si sforza di trasmetterci: che dovremmo mescolarci all'incessante fluire, al moto, non fermarci a riflettere, a confrontare, ad analizzare, a possedere, ma scorrere senza tregua e senza fine come una musica inesauribile. Questo è il dono della rinuncia. Il clown lo fa simbolicamente. Sta a noi farne una realtà." (Il sorriso ai piedi della scala)

La New York che tanto magistralmente descrive è una Babele del XX secolo... [3] Bisogna leggere Tropico del Capricorno per capire (o almeno arrivare a intuire) quanto fu tormentata la vita di questo scrittore prima del suo esilio volontario in Europa.
Non che sul Vecchio Continente le cose gli andassero meglio, ma perlomeno finalmente non era più nel cuore del Leviatano.

Miller dovrà attendere di aver compiuto i 44-45 anni prima di riuscire a "trovare la propria voce". Per farlo, ha seguito il consiglio di amici e sostenitori che gli hanno detto: "Perché non scrivi come parli?" I suoi romanzi sono patchworks di scene autobiografiche miste a fantasie talvolta esilaranti e talvolta dolorose; il tutto snocciolato con un'arpa vocale temperata sulla frequenza dell'uomo della strada ("i ragazzi di Brooklyn") o, comunque, dell'uomo dotato di cultura medio-alta.
Si affida alla carta (narrando di Amicizia & Amore, più che di sesso) senza alcuna speranza di essere pubblicato; e, difatti, a stampare per primo un suo libro sarà un minuscolo editore parigino. I suoi capolavori rimarranno sconosciuti per interi decenni al pubblico americano: troppo "scandalosi" i loro contenuti (dall'accusa di "pornografia" saranno scagionati molto tardi).

In Francia ha vissuto più o meno ininterrottamente dal 1930 al 1939, praticamente in stato di povertà. In Souvenir, Souvenirs (1953) scriveva: "Sono ancora, come sono sempre stato, persona non grata in questo mondo. Se penso alla Francia con amore e gratitudine è perché là ero almeno tollerato."
Accusato di scrivere libri osceni, replicava: "Non conosco nulla di più osceno al mondo di quei poveri ebrei trascinati nudi verso le camere a gas, o dei giapponesi arsi vivi a Hiroshima".

Di lui ci restano la sua contagiante joie de vivre "malgrado tutto e tutti" e l'anarchismo individualista, assolutamente necessario (anche per un non-ateo) per riuscire ad abbracciare l'universo intero.


"Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice al mondo.
Un anno, sei mesi fa, pensavo di essere un vero artista. Ora non lo penso
più, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascata di dosso. Non ci
sono più libri da scrivere, grazie a Dio."


Da Tropico del Cancro



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